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Risulta ovvio che occupandomi di pubblicità mi viene da dire che “tutto
è pubblicità” nel senso di Comunicazione, Comunicare, o come scriveva lo
psicologo Paul Watzlawick nel suo famoso testo
Pragmatica della comunicazione Umana :  non è possibile non
comunicare … 

[…] L’impossibilità di non-comunicare.

Anzitutto, c’è una proprietà del comportamento che difficilmente potrebbe
essere più fondamentale e proprio perché è troppo ovvia viene spesso
trascurata: il comportamento non ha un suo opposto. In altre parole, non
esiste un qualcosa che sia un non-comportamento o, per dirla anche più
semplicemente, non è possibile non avere un comportamento.

Ora, se si accetta che l’intero comportamento in una situazione di
interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue
che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. L’attività o
l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio:
influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere
a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro. Dovrebbe essere
ben chiaro che il semplice fatto che non si parli o che non ci si presti
attenzione reciproca non costituisce eccezione a quanto è stato appena
asserito.

L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda
affollata, o il passeggero d’aereo che siede con gli occhi chiusi, stanno
entrambi comunicando che non vogliono parlare con nessuno né vogliono che si
rivolga loro la parola, e i vicini di solito “afferrano il messaggio” e
rispondono in modo adeguato lasciandoli in pace. Questo, ovviamente, è
proprio uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è una
discussione animata. […]

Dal mio punto di vista tutta la vita è comunicazione dal DNA in poi, compreso
lo stare zitti che a sua volta comunica l’intenzione di non dire niente o di
ascoltare.

In questi giorni come in passato vengono criticate alcune dichiarazioni del
musicista
Giovanni Allevi (7 album in studio al suo attivo), il quale ospite d’onore
del Giffoni Film Festival, la manifestazione cinematografica dedicata alla filmografia per i più
giovani, il celebre pianista e compositore ha detto:

“Un giorno ho capito che dovevo uscire dal polverone e cambiare approccio
con la musica, anche se si trattava di quella classica. Stavo ascoltando a
Milano la Nona Sinfonia di Beethoven e accanto a
me c’era un bimbo annoiato che chiedeva insistentemente al padre quando
finisse.

Credo che in Beethoven manchi il ritmo. Con Jovanotti, con il quale ho lavorato, ho imparato il ritmo. Con lui ho capito cos’è
il ritmo, elemento che manca nella tradizione classica. Nei giovani manca
l’innamoramento nei confronti della musica classica proprio perché manca di
ritmo.”

Da questo ne sono seguite critiche di ogni tipo sul web dall’ortodossia della
musica.

A tal riguardo voglio ricordare quanto scritto da Richard Branson,
proprietario del più grande gruppo privato di aziende d’europa (più di 400)
compresa la
Virgin Records
e lo storico
The Manor Studio, produttore ad esempio di
Mike Oldfield, nel suo libro “Business Senza Segreti” dice testualmente:

[…] Quasi tutti i grandi nomi della musica rock e pop si sono fatti un
nome in quello studio. The Manor mi insegnò a gestire un’azienda e a
trattare con persone creative. Imparai anche che non tutti, nella vita,
ottengono ciò che meritano davvero.

Ho conosciuto musicisti dal talento mediocre che hanno realizzato grandi
successi e artisti che sprizzavano talento da tutti i pori ma non ce
l’hanno fatta. Ho conosciuto persone che hanno sfruttato male le proprie
doti e altre che hanno saputo trarre il meglio da un talento perlomeno
dubbio.
[…]

Perché accade questo? Perché in ogni epoca la capacità di proporsi non è
slegata da quello che si propone. Le due cose si influenzeranno sempre.